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1) Nel mentre da lontano Fedrick continuò imperterrito verso la sua meta, si distaccò dalla battaglia incombente, ove nel veder scomparir nel cielo il suo amico, Radamantio replicò furente al Celeste: «Certamente, siamo esseri umani che cercano l’amore nel prossimo invece che l’odio, la gioia invece che la tristezza, e il riparar cuori invece che la distruzione totale. A differenza di voi divinità oscure che vi crogiolate nell’astio e nel dolore altrui, corrompendo con i vostri artigli gli animi delle genti, facendoci credere che il male sia la chiave per tutto il bene che vi sia nella terra. Ma molti di noi esseri umani credono ancora nell’amore come Fedrick ed Eleonor, la vostra presenza malvagia non è più necessaria in codesta terra realizzata sui valori delle genti. Per questo motivo farò di tutto per sconfiggerti, per un radioso futuro e per un mondo gioioso nell’avvenire, senza il vostro ordine malvagio!»
Mentre esclamava ciò, Radamantio avanzò imperterrito contro il suo avversario; allora il Celeste, sogghignando sempre più fra codesti sussulti intrisi di incitamento, replicò furente: «Sarà il fato a decidere ciò che tu non puoi cambiare, misero storpio umano!»
Senza discutere oltre, la rivalsa fra il bene e il male, compì il suo corso nell’avvenir del fato.
Radamantio prima dello scontro finale contro il padrone Celeste
2) A un tratto un filo di vento sottile quanto gelido, entrò di soppiatto fra le macerie e il fuoco, facendo rabbrividire di freddo, le fiamme generate dal padrone Celeste. Una voce lo fece sussultare e, mentre lui sudava gocce fredde di rugiada nel petto, quella voce lo fece stramazzare nel silenzio: «Ne fueris contra voluntatem meam!», (Non opporti alla mia volontà!).
Brividi di gelido pervasero l’ombra del padrone Celeste che rispose immerso dal terrore: «id petit caput imperii», (esso vuole dirigersi nella capitale dell’impero proibito).
La voce si fece sentir ancor più furente di prima rispondendo: «Ne fueris contra voluntatem meam!», (Non opporti alla mia volontà!).
Il padrone Celeste rispose atterrito da tale voce: «Ex voluntate eius», (Come la sua volontà desidera).
Il padrone celeste mentre parla con una presenza ignota
3) «Cara e dolce Eleonor, quanto mi manca il tuo sorriso così mite, il tuo tenero sguardo lucente quando ti avevo accanto a me per le vie di Torino.
Rimembro tuttora quando ci siamo visti la prima volta, è stato durante il mio lungo ed estenuante addestramento: all’epoca ero ancora inesperto sull’utilizzo delle armi e, ogni tanto, sostavi a guardarmi fra i cespugli con il tuo sottile rossore pien di imbarazzo. Un giorno, mentre galoppavo fiero e valoroso sul mio cavallo di battaglia e con la mia lancia pronto a colpire il prossimo, caddi a terra colpito dalla stoccata avversaria. A un tratto sei apparsa tu come un fulmine a ciel sereno, innanzi ai miei occhi grondi di sudore e lacrime, donandomi un po’ d’acqua per cercare di alleviarmi la sconfitta. Tuttora mi ricordo quanto era dolce la tua mano che mi accarezzava il volto, il tuo sguardo lesto che guardava preoccupato i miei occhi intrisi di stupore, un tenero angelo che mi ha cambiato il cuore.
Anche se da quel giorno sei scappata via dai miei occhi, non sei mai fuggita dai miei pensieri: di notte mi alzavo per cercare il tuo splendido viso, per ritrovare i tuoi bellissimi occhi da cerbiatta, sotto un cielo stellato e privo di sussulti al vento.
Come d’incanto, ti trovai seduta su di una roccia argentea illuminata dalla luna, sotto un fiore di pesco che brillava con i suoi colori. Dei fragili petali scendevano lentamente dai rami, sfiorando i nostri volti ricoperti di candore: nel parlarti, mi sembrava quasi ci conoscessimo da una vita, conoscendoci così, sotto una luna intrisa dal profumo di quella dolcissima serata passata assieme. Le giornate trascorrevano con addestramenti sempre più duri e intensi, mentre durane le serate andavamo insieme fra le vie di Torino, illuminate dalle stelle e da una tacita luna. Insieme a te il tempo trascorreva veloce, come una manciata di minuti sospesi in un dolce e caldo abbraccio di primavera. In poco tempo, calde stelle estive caddero sopra la nostra pelle, avvolgendoci l’animo con il loro tepore. Le giornate passarono in fretta sotto il calore dell’estate, fra l’inferno del giorno e il paradiso della notte, dove, d’incanto, tutto cominciò a cambiare il suo corso.
Un giorno venni chiamato per combattere qui in terra santa e, prima dell’avvenire dell’alba, durante la nostra ultima notte insieme, ti promisi di rivederci qualunque cosa fosse successa. Ci siamo marcati nel cuore il nostro amore, con un sigillo fatto con il carbone di quella notte. In poco tempo, mentre mi stavo allontanando da te, un freddo e avvilente vento irruppe nella triste lontananza. Quella dolce notte, qualunque cosa succeda, ci farà ricordare codesta promessa, oramai sigillata per sempre nel nostro fiorente avvenire insieme!»
Il primo incontro di Fedrick ed Eleonor
4) La fanciulla uscì completamente fuori dalla porta di pietra, avanzando di qualche passo in direzione del viandante e, senza alcun timore nel parlare, continuò: «Quei cristalli sono diretti nella zolla proibita, come la chiamiamo noi. Quando sudiamo oppure emettiamo lacrime, i nostri liquidi si trasformano in cristalli. Essi, cadendo a terra, vengono sottratti a noi e spediti al padrone del bosco; quando succede ciò noi perdiamo fluido vitale e, dopo poco tempo, moriamo come piante che seccano nel deserto pien di sole.
Preferiamo dunque essere allegri ogni minuto della nostra esistenza, piuttosto che vivere fra il rimorso e il rimpianto, anche se ci è concesso di vivere solamente di notte, mentre di giorno veniamo trasformati in alberi. Vedi queste pietre che emergono dalla terra? Codeste sono persone anziane: chi riesce a superare una certa età senza appassire prima, si trasforma in pietra. I nostri cari proteggono la futura generazione all’interno di sé fino alla fine, prima di sfiorire via per sempre, proteggendoci da coloro che infrangono la regola del bosco»
Mirea che spiega le sorti di chi abita nel bosco di Sefur a Fedrick